Com’eri vestita?

Com’eri vestita?

Non è solo il titolo della mostra esposta nel tribunale di Milano in occasione delle festa della donna di quest’anno, ma è lo stereotipo che, ancora oggi, giustifica la cd “cultura dello stupro”.
Non è raro sentire questa domanda nelle aule di tribunale: “portava la minogonna quella sera?” Del resto, si sa, advocatus diaboli. Che il cielo ci perdoni!
E’ capitato però che, nonostante la vittima portasse (più) casti jeans, avrebbe lo stesso, in qualche modo, collaborato al proprio stupro. Insomma, difficile credere che “un paio di jeans riesca a sfilarsi senza la fattiva collaborazione di chi lo porta!” (Cass. penale 1636/99). La sentenza fece scandalo ma pochi anni dopo arrivò l’atteso ravvedimento (Cass. penale 42289/2001): “anche chi indossa i jeans, può essere vittima di stupro”.

L’argomentazione sgomenta. Non tanto perché “alcuni modelli si sfilano più facilmente di altri” – il dato fattuale è ineccepibile – ma perché lascia trasparire una riflessione “fin troppo profonda” su quello che dovrebbe essere un diritto acquisito: non c’è vestito che possa giustificare una violenza su una donna. Non c’è provocazione che giustifichi un atto sessuale contro la volontà di una persona. Di fronte al rifiuto ci si dovrebbe sempre e comunque fermare.

L’art. 609 bis del codice penale sanziona infatti molto duramente chiunque, con violenza o minaccia o mediante l’abuso di autorità, costringe taluno a compiere o subire atti sessuali: reclusione da 5 a 10 anni.

Il numero di condanne per violenza sessuale nel 2017 è stato di 1419. Non poche certo. In un mondo ideale si auspicherebbe ad averne meno. Ma il dato in sè non sembra allarmare. E’ però il confronto con l’audit istat a lasciare sconcertati “Il 31,5% delle 16-70enni (6 milioni 788 mila) ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale: il 20,2% (4 milioni 353 mila) ha subìto violenza fisica, il 21% (4 milioni 520 mila) violenza sessuale, il 5,4% (1 milione 157 mila) le forme più gravi della violenza sessuale come lo stupro (652 mila) e il tentato stupro (746 mila)” (https://www.istat.it/).

Questo significa che solo il 7% delle donne denuncia l’aggressore. Il primo motivo è psicologico. I sintomi di Acute Stress Disorder (ASD) includono intorpidimento e distaccamento (come se si stesse vivendo un sogno), difficoltà a ricordare dettagli importanti dell’aggressione e, infine, senso di colpa: “ma che abbia tenuto dei comportamenti ambigui? Se sono io la prima a mettermi in dubbio chissà se gli altri mi crederanno?”.

Quest’ultima sintomatologia però, più che ad aspetti piscologici, sembra più legata ai meccanismi sociali di quella cultura che giustifica l’uso della forza da parte dell’uomo nonché alla sensazione di assoluta impunità che ne deriva: “urla pure che nessuno ti crederà”. L’onore, il discredito, la vergogna e frasi come “del resto con quella minigonna era provocatoria” hanno legittimato la tecnica neutralizzante della colpevolizzazione della vittima che si convincerà di non poter trovare sostegni: “Probabilmente non ti crederanno neppure i tuoi famigliari. Figurati un giudice”.

Sembra uno scenario apocalittico ma in realtà la magistratura ascolta. La conoscenza crea nuova cultura. Smaschera false convinzioni che portano in sè il seme dell’ignoranza.

Genesi 3-16 “Alla donna disse: Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà”. In realtà, in società più primitive (come quelle pre-agricole) la parità di sesso era garantita da leggi naturali. L’evoluzione della specie che l’uguaglianza tra i sessi (secondo alcuni antropologi – Dyble) avrebbe portato, sembra però aver subito un’inversione di rotta. L’attuale “difetto culturale” sembra quindi più funzionale che genetico. Se così fosse, affinché il principio di uguaglianza, garantito dall’art. 3 della nostra Carta Costituzionale, non sia – tra uomo e donna – solo formale ma anche e soprattutto sostanziale, sarà sufficiente sensibilizzarci a temi “scomodi” (soprattutto per il sesso maschile) aiutando le donne a trovare il coraggio di sentirsi libere di essere se stesse.