Coltivazione e commercializzazione di cannabis light. La vendita di infiorescenze potrebbe integrare il reato di detenzione ai fini di spaccio.

Successivamente all’approvazione della legge n. 242/2016 “Disposizioni per la promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa” sono stati aperti numerosi negozi che commercializzano prodotti a base di canapa: growshop, hempshop, smartshop, seedshop.

Dalla vendita di attrezzature per la coltivazione, a quella di articoli per fumatori (cilum, narghilè, bong e vaporizzatori), alla vera e propria commercializzazione di prodotti a base di canapa (cosmetici, alimenti, “fumo”, semi).
I guadagni per la vendita delle infiorescenze (cd. cime), soprattutto se chi commercia è anche coltivatore, possono essere molto alti (per le qualità più elevate – ossia per quelle con alto contenuto di CBD e THC purché inferiore allo 0.6% – il prezzo di vendita può raggiungere 25 € grammo. Da un ettaro di terreno si possono ricavare fino a 1000 kg – il dato è ovviamente indicativo).
Per aprire uno smartshop non serve una licenza né particolari requisiti. L’iter burocratico è identico a quello relativo all’apertura di un qualsiasi altro esercizio commerciale: apertura partita IVA, iscrizione al Registro delle Imprese, comunicazione certificata di inizio attività, attestato SAB (ex REC) o un titolo equivalente, eventuale nulla osta sanitario ASL.  In ogni Comune il SUAP (Sportello Unico delle Attività Produttive) saprà indicare iter, leggi, requisiti e documentazione necessaria ad avviare tale attività.
La coltivazione risulta ancora più semplice: “La coltivazione delle varietà di canapa di cui all’articolo 1, comma 2, e’ consentita – infatti – senza necessità di autorizzazione”, purché le varietà coltivate siano tra le 78 specie di canapa inserite nel catalogo redatto dall’unione europea”.  Insomma, basterà coltivare varietà certificate, conservare i cartellini delle sementi acquistate (che non dovranno avere un contenuto di THC superiore allo 0,2% anche se quella presente nelle piante ottenute potrà, in caso di analisi, risultare inferiore o uguale a 0,6% ex art. 4, comma 5 L. 242/2016) e infine comunicarlo alle autorità (cfr www.politicheagricole.it – inserire canapa nella ricerca). Il rispetto delle procedure, tra l’altro, schermerebbe il coltivatore da eventuali sanzioni penali nel caso in cui la percentuale di THC (riscontrata in sede di analisi) fosse superiore allo 0,6%.  In questo caso, infatti, il raccolto sarebbe semplicemente sequestrato e distrutto.

Tuttavia, se per la coltivazione “legale” di cannabis, nessuno, ad oggi, è stato indagato, molti titolari di smartshop sono stati imputati per la vendita di semi e infiorescenze. I processi sono – ovviamente – arrivati fino all’ultimo grado di giudizio ma solo alcuni commercianti sono stati condannati.
La legge non dovrebbe essere uguale per tutti? In realtà capita spesso che l’applicazione concreta di una norma sia foriera di contrasti interpretativi.

Non solo alcuni Tribunali e Corti di Appello sentenziano in modo diverso ma anche la stessa Corte di Cassazione (divisa in Sezioni) giunge a conclusioni differenti e discordanti.

Proprio in virtù del contrasto interpretativo circa la legittimità di vendere infiorescenze “light” la sez. IV della Corte di Cassazione Penale, con ordinanza n. 8654/2019, ha rimesso la questione avanti alle Sezioni Unite, organo giurisdizionale deputato a dirimere i contrasti tra le singole sezioni al fine di assicurare l’esatta osservanza e l’uniforme interpretazione della legge, nonchè l’unità del diritto oggettivo nazionale (cd: funzione nomifilattica).

Nel caso che ci si occupa il contrasto ruota, anzitutto, intorno ai seguenti quesiti:

La legge 242/2016 ammette condotte diverse dalla coltivazione di canapa ed in particolare la commercializzazione di infiorescenze di cannabis sativa?

E se non fosse ammessa rientrerebbe tra le condotte illecite (detenzione e spaccio) ai sensi DPR n. 309/1990 art. 14 (Testo Unico sulle sostanze stupefacenti).

Inoltre, i valori di tolleranza di THC consentiti (0,2-0,6%) e le eventuali sanzioni amministrative (e non penali), quali il sequestro, nell’ipotesi in cui tali percentuali fossero superate, si riferiscono solo al principio attivo rinvenuto sulle piante in coltivazione o anche al prodotto oggetto di commercio?

 

La risposta a queste domande richiede un’analisi tecnico-giuridica abbastanza complessa, che dovrà necessariamente passare attraverso un attento esame del diritto vivente (orientamenti giurisprudenziali) ma trovare il suo focus nel testo normativo (interpretato alla luce dei canoni ermeneutici disciplinati dal nostro ordinamento giuridico).

Effettivamente, se la vendita di infiorescenze non fosse disciplinata dalla norma in esame, la detenzione e commercializzazione di marijuana e hashish light (in quanto cannabis sativa L, contenente il principio attivo delta-9-THC) rimarrebbe sottoposta alla disciplina di cui al DPR n. 309/1990 art. 14 con pene che possono arrivare fino a sei anni di reclusione.

Vediamo quindi quali sono i due contrapposti orientamenti giurisprudenziali formatesi avanti alla Corte di Cassazione:

1) La commercializzazione di marijuana e hashish light (in quanto cannabis sativa L, contenente il principio attivo delta-9-THC) costituisce reato ai sensi del TU 309/90 e il beneficio del solo sequestro (senza sanzione penale) di sostanze che superino lo 0,6 di THC sarebbe riservata alla sola coltivazione: Dunque, secondo questo primo orientamento,

A) la L 242/2016 “non avrebbe introdotto il principio di liceità delle condotte di detenzione e cessione della marijuana e dell’hashish (..) e, dunque, la commercializzazione delle predette sostanze, sempre che presentino un effetto drogante rilevabile, costituirebbe reato.

B) Deve inoltre rilevarsi (specifica la Cass., Sez. 6, n. 56737 del 27-11-2018, Ricci, cit.) “che gli appositi controlli previsti dalla L. 242/2016 con riguardo al tasso di THC sono relativi al coefficiente di principio attivo presente nelle piante in coltivazione e non nei prodotti finiti e incidono esclusivamente sulla posizione dell’agricoltore, non potendosi dunque neanche per questa via stabilirsi una interferenza – della legge – con la disciplina delle condotte di detenzione e cessione, oggetto del testo unico in materia di stupefacenti” (Cass., Sez. 6, n. 56737 del 27-11-2018, Ricci; Sez. 4, n. 34332 del 13-6-2018, Durante; Sez. 6, n. 52003 del 2018 – Si cfr infine Cass. Pen., n. 8654/2019 udienza 8.2.19)

Le argomentazioni sembrano persuasive ma l’indagine logica, porta, inevitabilmente, alla formulazione di alcune eccezioni: se la legge non parla di infiorescenze o di resina perché considerarle parti a se stanti della pianta di canapa? Inoltre, come differenziare la vendita di prodotti alimentari a base di canapa da quelli utilizzati ad uso ricreativo, per loro natura interscambiabili? Infine, ma non meno importante: che funzione economica e sociale avrebbe la coltivazione non finalizzata alla vendita?

Questi legittimi quesiti hanno, probabilmente, portato alla formazione di un secondo orientamento secondo il quale

2) La coltivazione trova il suo scopo nella commercializzazione. La vendita di infiorescenze è quindi lecita al pari di quella di quella di tessuti e alimenti a base di canapa. Inoltre il commerciante che abbia acquistato da “coltivatore certificato” non sarà sottoposto a responsabilità penale nel caso in cui, in negozio, fossero trovate “cime” con THC superiore all0 0,6%:  

A) “è proprio nella natura dell’attività economica che i prodotti della “filiera agroindustriale della canapa” siano commercializzati. Dalla liceità della coltivazione della cannabis deriverebbe la liceità dei suoi prodotti, contenenti un principio attivo inferiore allo 0,6%, poiché essi non possono più essere considerati, ai fini giuridici, sostanze stupefacenti soggette alla disciplina del D.P.R. n. 309 del 1990. La fissazione del limite dello 0,6% di THC rappresenta infatti, nell’ottica del legislatore, un ragionevole punto di equilibrio fra le esigenze precauzionali relative alla tutela della salute e dell’ordine pubblico e quelle inerenti alla commercializzazione dei prodotti delle coltivazioni. La percentuale dello 0,6% di THC costituisce, infatti, il limite minimo al di sotto del quale i possibili effetti della cannabis non possono essere considerati, sotto il profilo giuridico, psicotropi o stupefacenti. 

B) Ne deriva che, ove sia incontroverso che le infiorescenze sequestrate provengano da coltivazioni lecite ex L. n. 242 del 2016, è esclusa la responsabilità penale sia dell’agricoltore che del commerciante, anche in caso di superamento del limite dello 0,6%, essendo quindi ammissibile soltanto un sequestro in via amministrativa, a norma della L. n. 242 del 2016, art. 4, comma 7, (Cass., Sez. 6, n. 4920 del 29-112018, dep. 2019, Castignani)”.

 

Quindi?

Od onor del vero entrambi gli orientamenti sembrano condivisibili. In questa materia è peraltro facile giungere a conclusioni errate se l’analisi muove da personali convinzioni o, peggio, da ideologie politiche. Invero l’analisi giuridica dovrebbe sempre partire da precisi canoni ermeneutici, soprattutto in materia di legge penale.

Dunque, è certo che la cannabis sativa L rientri, ex D.P.R. n. 309 del 1990, fra le sostanze stupefacenti. Altrettanto certo che la L 242/2016, pur non facendo diretto riferimento alla commercializzazione di hashish e di marijuana consenta, entro alcuni limiti, la coltivazione di canapa e la commercializzazione, per alcune finalità, dei suoi derivati.

Sussiste, in buona sostanza, un apparente contrasto tra due disposizioni normative di pari rango. Contrasto che, avente ad oggetto norme penali, sarebbe potenzialmente lesivo del principio di tassatività, ossia dell’obbligo, per il legislatore, di descrivere le fattispecie sanzionate in modo sufficientemente preciso, pena l’incostituzionalità della norma.

Occorre quindi capire se fra il TU sulle sostanze stupefacenti (DPR 309/90) e la legge sulla coltivazione della Cannabis light (L 242/2016), ci sia un vero contrasto oppure un rapporto fra regola generale ed eccezione (la regola generale che disciplina la Cannabis sativa L fra le sostanze e l’eccezione  che ne ammettere – entro determinati limiti – la sola coltivazione).

In virtù dei canoni interpretativi sopra accennati, al fine di analizzare questo contrasto, occorre partire dal dato letterale.

Tra le finalità della L 242/2016, l’art. 1, comma 3, lett. d) indica “il sostegno e la promozione della coltura della canapa finalizzata alla produzione di alimenti”; l’art. 2, comma 2, stabilisce che dalla canapa coltivata è possibile ottenere alimenti e l’art. 5 rinvia a un decreto del Ministro della salute la definizione dei livelli massimi di residui di THC ammessi negli alimenti; infine, l’art. 9, assegna al Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali il compito di promuovere il riconoscimento di un sistema di qualità alimentare per i prodotti derivati dalla canapa, ai sensi dell’art. 16, par. 1, lett. b) o c) del regolamento (UE) n. 1305/2013 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 17 dicembre 2013.

Come ha chiarito la Cassazione “l‘utilizzo di alimenti contenenti residui di THC, sancisce la liceità del consumo umano – e quindi della commercializzazione – di prodotti contenenti tale principio attivo, sia pure alle condizioni e nei limiti stabiliti dalla normativa (Cass. Pen. sez. IV n. 8654/2019)”.

In conclusione, sia il dato letterale che quello logico sembrano propendere per la liceità della commercializzazione delle infiorescenze. Se infatti il consumo di prodotti alimentari contenenti THC rientra nel predetto ambito di liceità, sarebbe illogico ritenere vietata la detenzione, cessione e vendita di derivati della cannabis anche se sottoforma di cime o resina. Ecco che quindi il TU sulle sostanze stupefacenti sarebbe superato – almeno per quanto riguarda la coltivazione di cannabis sativa L con THC inferiore allo 0,6% – dalla legge sulla coltivazione della canapa.

Dunque, in attesa della pronuncia delle Sezioni Unite – con l’avvertimento che, anche qualora questa arrivasse i tempi brevi e fosse favorevole agli “smart-imprenditori”, non sarebbe comunque vincolante (poiché in un ordinamento di civil law quale il nostro il precedente giudiziario non ha valore di legge) – è indispensabile avere ben chiaro il quadro giuridico di riferimento prima di avventurarsi nell’apertura di nuovi cannabishop.