Revoca della patente per guida in stato di ebbrezza: Da che momento decorrono i 3 anni prima di ottenerne una nuova?

Provocare un incidente stradale sotto l’effetto di sostanze alcoliche (art 186-186bis CdS) o psicotrope (art. 187 CdS), in caso di accertamento del reato (vedi link) comporta, tra le diverse sanzioni penali e amministrative, anche la revoca della patente di guida.

L’art. 219, comma 3 ter CdS prevede che “quando la revoca della patente di guida è disposta a seguito delle violazioni di cui agli artt. 186, 186-bis e 187, non è possibile conseguire una nuova patente di guida prima di tre anni decorrenti dalla data di accertamento del reato“.

Da che data si contano i tre anni? Dal momento in cui è stata commessa l’infrazione o da quello in cui è diventata definitiva la condanna?

Sulla questione si sono espressi vari giudici amministrativi e ordinari, con esiti a volte discordanti. Negli ultimi anni era però invalso l’orientamento più favorevole all’imputato che, sulla scia di un’interpretazione proposta dall’ufficio del Massimario della Corte di Cassazione, poi seguito dai vari giudici di merito (TAR Veneto, sentenza 393/2016 – Tribunale di Bologna, ordinanza 11901/2018) faceva decorrere i tre anni dalla data in cui veniva commessa l’infrazione.

Con la recente sentenza n. 13508/2019, la Sez. II della Corte di Cassazione, stabilendo che il dies a quo decorresse dal provvedimento di condanna (rectius: dal suo passaggio in giudicato) sembra avere avuto un ripensamento giustificato da argomentazioni, ad avviso dello scrivente, non pienamente condivisibili e difficilmente comprensibili.

Secondo la Cassazione la revoca, conseguente ai reati in analisi “costituisce una sanzione amministrativa accessoria alla sanzione penale, comminata (a norma dell’art. 222 del CdS) dal giudice penale, ma concretamente applicata (a norma dell’art. 224, comma 2 CdS) dall’autorità amministrativa, entro 15 giorni dalla comunicazione della sentenza o del decreto di condanna divenuti irrevocabili”.

Il provvedimento di revoca non viene, dunque, materialmente ad esistenza prima che il Giudice penale lo pronunci. Inoltre, l’applicazione dello stesso, da parte della Prefettura, non potrà iniziare prima che la sentenza penale sia passata in giudicato.

La revoca viene quindi considerata “un atto ad efficacia istantanea adottabile dall’autorità amministrativa” solo dopo il passaggio in giudicato della sentenza penale di condanna.

Fino a qui nulla questio.

Sulla base di queste premesse la Cassazione conclude che il comma 3-ter dell’art. 219 CdS (che recita “non è possibile conseguire una nuova patente di guida prima di tre anni decorrenti dalla data di accertamento del reato”) non si riferirebbe alla revoca pronunciata dal giudice penale e, pertanto, non intenderebbe “disciplinare la decorrenza dei suoi effetti” ma semplicemente ad “individuare da quale momento vada calcolato il triennio prima del quale la nuova patente non può essere rilasciata“.

La pronuncia in analisi, oltre ad evidenziare un salto logico (non compiutamente articolato e difficilmente intellegibile) tra le argomentazioni in premessa e le conseguenti conclusioni, sembrerebbe forzare il dato letterale laddove la lettera della legge (che non fa riferimento alla data di accertamento del fatto o dell’infrazione ma, specificamente, a quella del reato) non necessitava di impegnative elucubrazioni. A tal proposito non è inoltre dato capire a che “revoca”debba fare riferimento l’articolo 219 CdS se non a quella pronunciata dal giudice penale in conseguenza dell’accertamento dei reati di guida in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di sostanze psicotrope.

Non sarebbe forse bastato dire che per data di “accertamento del reato” si dovesse intendere la data in cui il giudice si pronuncia sull’integrazione del reato? A ben vedere l’accertamento del reato può essere compiuto solo dal giudice penale nel processo. Il momento della commessa infrazione, in virtù del principio costituzionale di presunzione di innocenza, non può essere considerato come accertamento di un illecito penale ma quale mera contestazione di un fatto.

Excusatio non petita, accusatio manifesta?

Quale che sia lo sforzo ermeneutico finalizzato a giustificare una norma poco attenta alla prassi – e soprattutto cieca di fronte ai farraginosi ingranaggi di un sistema giudiziario mal funzionante e poco servito (non certo per responsabilità della magistratura) – ciò che rimane è una disposizione eccessivamente punitiva ma soprattutto lesiva del principio di uguaglianza sostanziale. Infatti, finché il legislatore non interverrà al fine di “attualizzare” la norma, ci saranno soggetti più “sfortunati” di altri che, anziché attendere i canonici  3 anni, rimarranno indefinitivamente privati del documento di guida, non per ragioni legate alla propria colpevolezza, ma perché giudicati da un Tribunale ingolfato da un eccessivo carico giudiziario al quale l’ecocomia del Paese non riesce a far fronte.